Giobbe - Capitolo 17 - La Nuova Diodati 1991
- »Il mio spirito è infranto, i miei giorni si estinguono, il sepolcro mi aspetta.
- Non sono io circondato da schernitori? Il mio occhio si sofferma sui loro insulti.
- Dammi ora un pegno presso di te, altrimenti chi stringerebbe la mano con me come garante?
- Poiché hai impedito alla loro mente di intendere, perciò non li farai trionfare.
- Chi tradisce gli amici fino a depredarli, vedrà venir meno gli occhi dei suoi figli.
- Ma egli mi ha reso la favola dei popoli, e sono divenuto uno a cui si sputa in faccia.
- Il mio occhio si offusca per il dolore e tutte le mie membra non sono che ombra.
- Gli uomini retti si stupiscono di questo, e linnocente insorge contro lempio.
- Tuttavia il giusto rimane saldamente attaccato alla sua via, e chi ha le mani pure si fortifica sempre di piú.
- Quanto a voi tutti, ritornate, venite pure, perché tra di voi non trovo alcun saggio.
- I miei giorni sono passati e i miei progetti sono stati stroncati, proprio quei desideri che nutrivo in cuore.
- Costoro cambiano la notte in giorno »la luce è vicina«, dicono, a motivo delle tenebre.
- Se aspetto lo Sceol, come la mia casa, se distendo il mio giaciglio nelle tenebre,
- se dico al sepolcro: »Tu sei mio padre« e ai vermi: »Siete mia madre e mia sorella«
- dovè dunque la mia speranza? Chi può scorgere alcuna speranza per me?
- Scenderà forse alle porte dello Sceol, quando troveremo assieme riposo nella polvere?«.